Le colpe dei padri (e delle madri)

novembre 3, 2012 § Lascia un commento

 raffaele mantegazza

Bisogni infantili, egocentrismi adulti.  «In quei giorni non si dirà più “I padri hanno mangiato uva acerba e i figli hanno i denti legati”». Geremia 31,29.

Serena festeggia i suoi 4 anni. I genitori hanno affittato-prenotato una festa organizzata presso una struttura appena aperta: si tratta praticamente di un garage nel quale si festeggiano contemporaneamente 4 feste di compleanno di bambini di età diverse e che non si conoscono. Ci sono alcuni gonfiabili e le palle di gomma nelle quali immergersi. C’è la musica di Asereje sparata a tutto volume. Ogni tanto parte Tanti auguri a te e su uno dei 4 tavoli si taglia la torta anche se non tutti i bambini sono presenti e magari ce n’è qualcuno di un altro compleanno. I regali sono ammucchiati in un angolo e non verranno aperti se non dopo, a casa; i bambini girano come zombie, non c’è alcuna attività preparata, non c’è socializzazione, non c’è gioco. In un angolo c’è lo spazio per i papà, uno schermo TV che trasmette Diretta Stadio. Le mamme sono entusiaste del posto e della festa. I papà mangiano tranci di pizza che sembrano di plastica.

La rappresentante di classe dei ciclamini, alla scuola dell’infanzia, organizza una pizzata per le mamme. La classe dei ciclamini in realtà non esiste più perché ormai i bambini sono in prima elementare, ma la pizzata serve per incontrare la maestra della scuola dell’infanzia che si è fatta trasferire e ascoltare il motivo per cui ha scelto di andarsene (sembra che abbia litigato con l’altra maestra, un pettegolezzo succoso). La mamma di Paolo chiede alla suocera di guardarle i bambini per poter partecipare, ma la suocera non può: allora chiede al marito di cambiare il turno al lavoro: il marito accetta, a fatica. La settimana successiva è prevista una assemblea per l’elezione dei rappresentanti dei genitori nel Consiglio di Istituto; la mamma di Paolo dice. «Ma figurati, come faccio a uscire la sera? Chi mi guarda i bambini?».

Un albergo della Riviera romagnola pubblicizza le attività del miniclub: praticamente 24 ore di animazioni. Lo slogan: “I bambini? Penserete di averli lasciati a casa”.

I bisogni dei bambini e delle bambine sono invisibili; peggio, sono degli alibi dietro i quali si nascondono i bisogni adulti: non dover faticare per pensare a una festa per il proprio bambino, evadere dalla routine quotidiana per una pizza al pomodoro e pettegolezzo, stare in spiaggia come se si fosse una coppia senza figli. Abbiamo scelto tre esempi, ne potremmo citare mille altri: il tempo pieno a scuola (e il post-scuola, e il post-post-scuola) vissuto come discarica, le attività organizzate estive che iniziano il giorno dopo la fine della scuola e terminano il giorno prima, le animazioni per Halloween, il Carnevale, le feste di fine anno scolastico.

Non è vero che i bambini ci guardano, come diceva De Sica: non ci guardano più perché non li mettiamo in condizione di vederci, perché ci sottraiamo abilmente ai loro sguardo irretendoli in proposte che ci fanno sborsare qualche soldo (e siamo sempre più convinti che l’unità di misura del nostro amore per i nostri figli sia espressa in euro) pur di tenerli lontani. La madre di tutte le menzogne educative («Non è la quantità del tempo che si passa con i figli a contare, ma la qualità.») ci porta a considerare altamente qualitativo il tempo che passiamo in coda a portare il figlio dalla scuola di canto alla palestra; per il resto, a lui/lei ci penseranno altri adulti, Qualificati? Suvvia, si tratta poi di tenere dei bambini, mica ci vuole la laurea. E le ignobili trasmissioni nelle quali i bambini scimmiottano gli adulti cantando canzoni delle quali non possono capire nemmeno una parola né tantomeno i sentimenti («il cuore mio non dorme mai perché di un altro adesso sei» cantata da uno scricchiolino di sette anni; ma per favore!) sono la punta dell’iceberg. Ormai la società adulta, soprattutto quella di quel ceto medio che si può permettere queste scelte, non solo non risponde ai bisogni dei bambini, ma li strumentalizza per poter rispondere ai propri bisogni e desideri. Il bambino è uno strumento: «lo faccio per mio figlio» diventa l’alibi per poter finalmente fare qualcosa che da tanto tempo desideravo fare e che la presenza del figlio non mi permetteva di realizzare.

E chi compie scelte alternative? Si sente dire che non sa divertirsi, che non tiene ai propri figli; alla peggio si sente dire che è ideologico, che vuole imporre le proprie idee o ideologie ai bambini e alle bambine. Take in easy, insomma, e non stiamo a ideologizzare le feste di compleanno e le animazioni in spiaggia. Come se l’ideologia non passasse a vagonate proprio attraverso questi prodotti, diretti non a caso ai più piccoli e fatti per salvare la ben misera coscienza dei cosiddetti adulti. Così il paese di Marcello Bernardi e di Mario Lodi, di Grazia Honegger Fresco e di Gianni Rodari, della Lettera a una professoressa e dell’Erba voglio scivola quietamente e beatamente verso un futuro di perfetti consumatori beoti e felici; le colpe dei padri e delle madri ricadono sui figli. E tutti sono contenti. Produttori e lucratori in testa.

L’Ikea qualche anno fa pubblicò un cartellone pubblicitario che mostrava due bambini che galleggiavano nella vasca delle palle di gomma; lo slogan era: “Venite all’Ikea. I vostri figli ce li teniamo tra le palle noi”. Di pessimo gusto. Stupido. Ignobile. Ma almeno sincero.

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