Scritture migranti/ Scrittrici migranti. La lingua, il caos, una stella

novembre 26, 2011 § Lascia un commento

 sandra cammelli

In preparazione di Scritture migranti che si terrà a Milano il 1 dicembre proponiamo la recensione del libro di Clotilde Barbarulli,  Scrittrici migranti. La lingua, il caos, una stella  [ETS Pisa 2010, pagine 212, euro 18].

Alle «amiche più care, migranti e native, con cui in questi anni ho attraversato in forme diverse, l’esperienza affettiva e politca del Giardino dei Ciliegi e di Raccontar(si), nel fitto riamo di affetti e pratiche che [ … ] tramano una rete intensa di rapporti, [ … ] è a loro che dedico la presente raccolta di saggi».
Inizio questa mia recensione con le parole conclusive del libro di Clotilde Barbarulli, preziosisima amica, alla quale devo molto, per porre in rilievo l’ intreccio di relazioni che attraversano la vita dell’autrice e tutta la sua opera.
Nelle prime pagine, a proposito di un carteggio intercorso con Christiana De Caldas Brito, è chiaro quanto il canone letterario sia per Barbarulli «arroccato su concetti binari e oppositivi difficili da scardinare» e come quest’ultimo ammetta pochissime donne e perlopiù «collocate a margine», per cui, il canone, è «il prodotto di una visione del mondo parziale». Appare subito evidente come tale pensiero sia lontano da ogni forma accademica: questo libro è diverso dai soliti saggi e se riusciamo a ‘sciogliere’ la lettura e a non lasciarci troppo mfluenzare dalle continue citazioni che Barbarulli fa perché questo è il suo scrivere, è il suo modo di essere donna che si fa ‘penetrare’ dalle parole di altre donne e anche uomini, e a cui lei continuamente rende omaggio, -scopriamo un’infinita ricchezza di «esperienze e saperi» che l’autrice ci dona con l’amore di una madre simbolica. Barbarulli è una «lettrice-in-viaggio [ … ] che considera la lettura una pratica politica di ascolto ed interrogazione».
Fuori dal canone sono le scrittrici migranti – e non solo -, di cui ci parla Barbarulli e che della loro scrittura ci consegna ogni emozione: «la lingua, il caos, una stella» appunto.
Il nucleo centrale del libro è costituito dai racconti delle violenze -«farfalle morenti» le chiamerà Clotilde -subite nelle guerre etniche, che hanno devastato e continuano a devastare i Balcani, l’Africa, il Medio Oriente, dalla violenza di genere che attraversa tutte le culture, dalle umiliazioni subite nel vivere in paesi che considerano la diversità come qualcosa da reprimere e annullare, dalla saudade, che non abbandona mai la/il mIgrante, che per sempre cercherà la sua casa in un altrove indefinito, e a cui solo la lingua contaminata e fatta propria potrà un giorno restituire un po’ di pace.
A farci rilettere su come le “voci migranti” contaminino (Niki de Saint Phalle) il sistema letterario, e come da sempre nella letteratura italiana siano presenti «segni di migrazione», Barbarulli dice di awertire «un’analogia con il dialetto [ … ] (che) è ora rielaborato in una lingua composita che intreccia voci antiche e schegge di altre lingue».
Ed è nel capitolo “L’immaginario nell’erranza delle parole” che Clotilde racconta, quanto il problema della lingua sia al centro della vita delle autrici medesime: «non c’è un cambiamento di lingua senza conseguenze emotive [ … ] perché lingua vuoI dire casa [ … ] (l’identità) è una radice che s’incontra con altre, senza perdersi e senza annullare il luogo da cui parla, gettando un ponte fra culture e lingue».
L’autrice ci racconta molto della scrittura migrante nel nostro Paese e non solo (è il primo saggio completo pubblicato fino ad ora sull’argomento), a partire da Nassera Choohra e Salwa Salem che pubblicano nei primi anni ’90, e su come la critica letteraria e il mondo accademico considerino queste scritture come «una semplice testimonianza che non riguarda la letteratura canonica». Il pensiero di Barbarulli è ben diverso: «la letteratura italiana [ … ] non è solo quella dei classici consacrati dal canone, ma comprende sia le tante voci femminili considerate fuori catalogo, sia le migranti che pubblicano in lingua italiana».
Sarà la scrittura di Christiana de Caldas Brito, Barbara Serdakowski, Igiaba Scego, Kaha Mohamed Aden, Gabriella Kuruvilla, Gabriella Ghermandi, Ubah Ali Farah, Jarmila Ockayova, Agota Kristof, Toni Maraini, Suad Amiry, Assia Djebar, Fatou Diome, per citarne alcune fra le tante, tutte autrici amate e studiate da Clotilde Barbarulli, il filo conduttore di una riflessione ampia che s’interroga sull’oggi: sulle «narrazioni in transito nella complessità neoliberista» appunto, perché «la precarietà tocca anche chi si crede al sicuro, nella sua abitazione di sempre [ … ] la precarietà è [ … ] il frutto di una scelta strategica dei governi, cui vanno ricondotti, come elementi strutturali, la disoccupazione di massa, la distribuzione iniqua delle ricchezze, la guerra e l’evaporarsi della democrazia: con la globalizzazione e il programma politico del neoliberismo».
Le molte autrici migranti e native, ma anche autori, citate/i nel saggio – e che Barbarulli riconduce alla letteratura italiana: all’Italia, al Paese ancora non costruito e già decostruito da una cultura omologata, che cancella ogni forma di aggregazione e solidarietà e che crea quel «clima reazionario dell’oggi» -possono contribuire alla realizzazione di «una realtà sociale altra» basata su «uno spazio aperto, opposto a quello segnato da bandiere, muri e frontiere».
Grazie a Clotilde Barbarulli per la sua preziosa raccolta di saggi, che è anche forma ‘alta’ di letteratura, per la sua scrittura fluida e poetica e che -come l’Alice di Carroll, che ci sprona ad aprire la porta per “andare a vedere”, e accedere così «a una condizione diversa dell’esistenza», e come il Pinocchio di Ockayova che ci invita, «pur nelle difficoltà di vivere in un mondo neoliberista escludente», a sognare e resistere -ci restituisce la speranza per una società altra, possibile futura.

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