Scritture migranti/ Letteratura italiana della migrazione

novembre 25, 2011 § Lascia un commento

 raffaele taddeo

In preparazione dell’incontro Scritture migranti che si svolgerà a Milano il 1 dicembre 2011 proponiamo una rilettura dal cap. 3 di  Letteratura nascente – Letteratura italiana della migrazione, autori e poetiche, Raccolto Edizioni, 2006.«Oggi, a 20 anni dall’inizio del fenomeno della produzione letteraria in Italia, la geografia di provenienza degli stranieri che si cimentano nella scrittura in lingua italiana si è di molto allargata. Ormai ci sono anche scrittori dei paesi dell’Est, sudamericani, indiani, ecc. Ciò induce ad affermare che la provenienza forse non è un elemento determinante ai fini della spiegazione del fenomeno.

Pare che comunque incominci a sorgere l’idea, ancora in nuce, che le produzioni culturali abbiano ormai prima che un valore nazionale, un valore mondiale. Il senso della mondialità fa sì che oggi l’intellettuale tenda a porsi per quello che è, anche e proprio a livello letterario, narrativo al di là della nazionalità e della lingua di espressione. Lo scrittore, il poeta si afferma per quello che vuol dire, non solo per come lo dice.

Il vasto prodotto delle traduzioni è poi non solo un corollario, ma un elemento strutturale di questa “globalizzazione” della letteratura.

Spesso si può assistere al fenomeno di un autore che incontra maggiore successo in altri paesi attraverso le traduzioni che non in casa propria. Ne viene come elemento successivo il fatto che in qualche modo e forse indirettamente si pone in discussione lo stretto legame che esiste e che è stato così importante nella storia dei popoli, delle nazioni, fra letteratura e lingua per cui è sembrato, fino ad oggi, che non si potesse fare letteratura se non possedendo totalmente la lingua con cui ci si vuole esprimere. Kundera per scrivere in francese ha atteso 18 anni.

Serpeggia l’idea che la letteratura, la narrazione non sia solo parole, ma cose da dire, sentimenti, emozioni, prima ancora che modalità per esprimerli. Gli accademici non me ne vogliano, ormai sta tramontando la concezione che letteratura è essenzialmente manipolazione di una lingua. Questa concezione era strettamente legata alla dimensione culturale della nazione, delle sue frontiere. Nel momento in cui esse incominciano ad apparire arretrate, inusitate, attorcigliate su se stesse, e si incomincia a vedere un nuovo uomo senza frontiere, che circola, si sposta, si ritiene cittadino non di una nazione, ma del mondo, allora è inevitabile che si scinda lo stretto legame fra letteratura e lingua e venga fuori qualcosa di nuovo, i cui presupposti forse incominciano ad esserci ma che si tarda ancora a riconoscerli e specialmente a produrli.

Bachtin nel volume Estetica e Romanzo opera una distinzione fra monolinguismo e plurilinguismo, il primo proprio della poesia e il secondo tipico del romanzo; la teoria è di estremo interesse e può essere illuminante nel cogliere il senso più profondo degli avvenimenti che scenograficamente stanno passando sotto i nostri occhi. Intanto una riflessione va pure immediatamente fatta. Perché c’è un numero consistente di stranieri che scrivono poesie, certamente insolito se si considera il numero di coloro che si cimentano in prosa?

Che rapporto c’è con la lingua? Che rapporto c’è con la loro esperienza di migranti. La poesia, dice Bachtin, è monolingua: “Il poeta è determinato dall’idea di una lingua unica e unitaria, monologicamente isolata… il poeta deve entrare in pieno possesso personale della sua lingua, assumere una piena  responsabilità ugualmente per tutti i suoi momenti, sottometterli tutti alle sue e soltanto sue intenzioni”. Essa si conforma maggiormente alla codificazione ideologica unitaria che è stata assegnata al processo di uniformità linguistica voluta dalle classi dominanti. La poesia pietrifica la stratificazione linguistica dovuta alla storia e allo scontro delle varie classi sociali creando un blocco rassicurante. Forse, ma è solo una pura ipotesi che va confortata da ricerche molto ampie, essa si adegua maggiormente alla lingua della classe dominante che attraverso l’unità linguistica genera conformismo e consenso. Il poeta costruisce la sua unica lingua su un modello che non mette in discussione e non consente di mettere in discussione. Si può rintracciare nel fatto poetico più o meno spessore scenico, maggiore o minore pregnanza metaforica, variabili risonanze foniche, ma quella è la lingua data e quella non si discute. È la lingua che avvicina alla classe dominante di una comunità. È la costruzione della propria sicurezza, è la dichiarazione della avvenuta conformità alla comunità ospitante. Dialetticamente questo fatto si scontra con i temi della poesia dei poeti della letteratura della migrazione, che sono essenzialmente calibrati sulla tematica dell’esilio, quindi in qualche modo distante dalla conformità della lingua.

La lingua del romanzo esprime tensione verso l’altro, verso l’oggetto che lo porterebbe ad una discorsività al plurale. Nel prosatore si svela la pluridiscorsività sociale, “quella babilonia, confusione delle lingue” che avviene intorno ad ogni oggetto. Nel romanzo/racconto esisterebbe un plurilinguismo che esprime sostanzialmente la necessità del dialogo verso l’oggetto. Non si tratta, a mio parere, solo di una pluridiscorsività per la presenza di tanti codici linguistici, dal parodistico al retorico; si tratta di un vero plurilinguismo che si lega alla alle trasformazioni sociali. Sotto questo aspetto la prosa degli autori della letteratura della migrazione risente in maniera drammatica della dialettica linguistica sociale.  Il dialogo fra un io autoctono ed un io immigrato è un vero dramma. La stessa stratificazione della lingua, che nella lingua ideologicamente unitaria viene edulcorata, se non negata, nella prosa della letteratura della migrazione viene rivoluzionata, perché il non autoctono a contatto con la lingua che non conosce percepisce sensi, suoni, significati che giacciono ad ogni livello dello strato riportandoli in superficie, per cui lo strato più profondo, più nascosto della lingua può riemergere prepotentemente.

Da questi pochi accenni mi pare che non assuma una posizione corretta chi ritenga che per scrivere una autentica opera valida in prosa sia necessario il possesso da generazioni della lingua (che comporterebbe l’adeguamento alla unitarietà linguistica anche di tante microlingue e quindi l’adeguamento alle esigenze della classe dominante) nella sua corposità sedimentata. La lingua è dinamica ed anzi proprio la rivoluzione sociale operata dall’arrivo e dalla presenza di tanti stranieri comporta di per sé un ridisegno, una riformulazione. Il prosatore della letteratura della migrazione è colui che meno si conforma alla volontà unificante nei valori della classe dominante, anche quando i temi trattati sono altro da sensi di nostalgia ed affronta tematiche prive di connotati prettamente legati alla immigrazione17.

Serge Vanvolsen in un contributo per la fondazione Agnelli sulla letteratura d’immigrazione a proposito del fatto che scrittori italiani che vivono all’estero scrivono e pubblicano direttamente in Italia rivolgendosi ad un pubblico diverso da quello in cui si lavora e si scrive afferma: “Questo rapporto particolare fra opera, lingua e pubblico rafforza la convinzione che i legami tradizionali fra letteratura, spazio, lingua e nazione non reggano più, e a maggior ragione nel mondo dei mezzi di comunicazione moderni, e che si debba studiare una nuova cartografia letteraria”.18

E d’altra parte significativamente Enrico Filippini nel 1986 scriveva sul Corriere della Sera, in un dibattito, che la letteratura “se è buona letteratura non è mai arbitraria”, inoltre scrive citando Barcellona  “la sofferenza individuale e la miseria dei rapporti umani si addensano alle soglie del sistema come una domanda rinviata, non hanno “forma”, ma la domandano”. E infatti per Enzo Golino fare letteratura è “trasformare esperienza e linguaggio in un sistema retorico”..19

Ezio Rimondi ha scritto qualche anno fa che “la letteratura non può realizzare sino in fondo la propria forza, la propria disposizione, la propria invenzione, se non si fonda su un’intensa vita interiore della coscienza. Questa deve essere l’eco della vita contemporanea, deve essere il segno dell’attualità, deve essere in rapporto con il proprio tempo presentandone i conflitti”. Si nota chiaramente in questi brevi passi che due sono i poli del fare letteratura: l’esperienza, la miseria dei rapporti umani, da una parte e dall’altra la “forma”, il “sistema retorico”.

A me pare che il sistema retorico non possa essere organizzato se non a partire da una presa di coscienza dell’esperienza e del suo significato. Quando questa coscientizzazione dell’esperienza è talmente forte da dover essere narrata, simbolizzata, è inevitabile che si costruisca una forma, anche di notevole intensità.

“La letteratura è salute” dice Deleuze, “perché ci consente, forse meglio di ogni altra forma di espressione, la descrizione del mondo d’oggi”.

Come terzo aspetto ritengo che la stessa condizione di emarginazione, il senso di liberazione della legge Martelli del ‘89, siano stati elementi di grido di dolore da una parte e siano stati grida di gioia dall’altra.

I fatti storici che hanno determinato passaggi significativi della politica di accoglienza del nostro paese hanno segnato particolarmente l’esperienza di tanti stranieri ed in modo così intenso da spingere a scrivere, a narrare quanto è stato il vissuto, anche per gridare la loro dignità spesso calpestata e vessata.

Ogni scrittura è comunque un elemento di liberazione personale.

Le condizioni di vita degli immigrati, proprio per la precarietà giuridica, sono state così dure, fin dall’inizio, che la voce di lamento, di sofferenza non è potuta essere a lungo soffocata».

 

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