Scritture migranti/ Il “ritorno” nella letteratura italiana della migrazione

novembre 25, 2011 § Lascia un commento

 raffaele taddeo

In preparazione dell’incontro Scritture migranti che si terrà a Milano giovedì 1  dicembre proponiamo le rilettura di un testo tratto dalle conclusioni di La ferita di Odisseo – il “ritorno” nella letteratura italiana della migrazione, ed. Besa, 2010.

«Ma la letteratura è strettamente connessa alla storia dell’umanità. La storia, pur con i suoi circuiti labirintici, con progressi e avan­zamenti di civiltà, ma anche regressioni impressionanti e paurose, contiene in sé una linea evolutiva, emancipatoria, nella direzione di un progressivo svelamento di ogni forma di violenza e nel con­temporaneo riconoscimento dei diritti di libertà e autonomia del singolo individuo.

Libertà e violenza, che non possono sommarsi algebricamente, sono viste la prima come polo positivo e l’altra come polo negati­vo.

La letteratura nelle sue forme più elevate ha contribuito a rende­re più vicino al positivo la sommatoria algebrica fra libertà e violen­za e a riconoscere il valore della libertà e la barbarie di ogni violenza anche quando veniva perpetrata dal potere costituito, tirannico o democratico che fosse.

Il processo storico del genere umano sopra descritto, di cui la let­teratura rappresenta un catalizzatore significativo, può essere visto come tendenza alla liberazione dell’umanità più che come tendenza alla libertà del singolo e della società.

La tensione del singolo e dei gruppi sociali è quasi sempre rivolta all’emancipazione, vista come una maggiore conquista della libertà.

Ma questo obiettivo è una “diminutio” rispetto a quello più de­terminante e totale per l’uomo.

Come dice Marx l’obiettivo reale non è l’emancipazione ma la liberazione, intesa come la conquista totale dell’autonomia indivi­duale e sociale e svincolo da ogni forma di dipendenza esterna o interna dell’individuo.

La letteratura è stata nel passato uno degli strumenti più formi­dabili e significativi per l’affermazione della nazione e dell’idea di identità di un popolo, di un gruppo etnico.

 

La connessione fra un raggruppamento umano, consolidato da fatti di potenza politica, di eredità feudale, di vittorie militari e uni­tà linguistica, di costumi e tradizioni, è stato frutto e forte strumen­to della produzione letteraria.

La tematica identitaria è stata, come seconda scansione, anche riferita all’io, al singolo individuo.

Questo aspetto è stato affrontato in maniera mirabile da Pirandello che lo ha demistificato svelandone l’inesistenza e l’in­consistenza.

Non esiste una identità se non in relazione agli altri, anzi per meglio dire se non in relazione a una comunicazione o all’interno dell’io o in rapporto agli altri.

Esisto non perché penso, ma perché qualcun altro mi pensa. Esisto non perché penso, ma perché sto comunicando con me stes­so o con altri.

A volte e molto spesso questi due aspetti dell’identità sono stati connessi.

Intanto si deve affermare che, così come egregiamente ha fat­to Pirandello nel denunciare l’inesistenza dell’identità, anche una identità di popolo, di etnia non esiste.

La letteratura che fino a qualche tempo fa aveva esaltato l’identi­tà etnica, l’unità di un popolo, poi a un certo punto si è disinteres­sata di questo fatto senza metterla in crisi così come Pirandello ha fatto con l’identità dell’io.

Il tema della ricerca dell’identità connessa con la dimensione ter­ritoriale, veicolato in maniera figurata dal tema del ritorno, sembra essere quello più significativamente espresso dagli autori di questa nicchia letteraria.

Ma non è solo la ricerca dell’identità quanto la constatazione della perdita dell’identità, vissuta, rivisitata traumaticamente, no­stalgicamente, ma sempre perdita di un’identità che non si può mantenere.

Fatto determinante e di stringente importanza è che gli scrittori, i poeti della migrazione, salvo eccezioni, non manifestano il deside­rio di un’altra identità, dopo averne perduta una a causa della neces­sità di partire. Essi sembrano voler vivere fino in fondo la situazione di assenza di una identità.

La letteratura della migrazione sta forse faticosamente affermando che la libertà dell’uomo non consiste nel suo rapporto con il territorio, ma proprio nella liberazione da questo rapporto una libertà che gli antichi avevano visto come mancanza di radici, instabilità o assenza di un attaccamento a un luogo particolare.

È il rovesciamento di quanto ora ancora si afferma ad esempio da parte di partiti che esaltano anche il micronazionalismo, per cui il possesso esclusivo da parte di una comunità del territorio tradizionalmente appartenuto è il presupposto del raggiungimento della libertà. È esattamente il contrario. Ogni esclusivo legame con il territorio, qualunque territorio, è la sussistenza di una perdurante schiavitù.

Emblematicamente i “rom”, i nomadi, sono gli antesignani di un nuovo modo di concepirsi come uomini, come uomini liberi e liberati affettivamente dal legame con il territorio.

L’identità sta assumendo ultimamente un forte rapporto con le sovrastrutture ideologiche, specialmente con la religione. Le crisi individuali vengono indirizzate, nella loro risoluzione e nel loro superamento, alla riscoperta dell’appartenenza ideologico-religiosa del gruppo etnico di provenienza.

Ciò è tanto più marcato negli stranieri di seconda e terza generazione che, di fronte all’emarginazione che vivono nelle società occidentali, si rifugiano nella più arcaica cultura del gruppo etnico d’appartenenza.

La situazione attuale è quella del rifluire su fondamentalismi che quando sono esasperati diventano radicali e portano al terrorismo.

La letteratura della migrazione può avere il compito “politico”, in questa fase della storia dell’umanità, di far sentire come la vera libertà è la liberazione da ogni vincolo con il suolo, da ogni vincolo con legami ideologici».

 

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