Scritture migranti

novembre 13, 2011 § Lascia un commento

 rita di gregorio, anna di sapio

Riprendiamo, in preparazione dell’iniziativa Scritture migranti del 1 dicembre a Milano, dal n.40 di Strumenti del luglio-agosto 2005 il saggio di Rita Di Gregorio e Anna di Sapio.L’immigrazione nel nostro paese, ultimo tra quelli europei ad essere interessato da questo fenomeno, è in atto già da diversi anni eppure nel nostro immaginario collettivo la figura dell’immigrato è percepita ancora come portatrice di bisogni e di problemi, (a causa di politiche ostili all’accoglienza e anche di una cattiva informazione che reitera immagini e cliché stereotipati che creano pregiudizi e ostilità) invece di essere riconosciuta come una risorsa, come portatrice di cultura.

Da dieci anni l’associazione Eks&tra organizza il premio letterario riservato agli immigrati, e ha raccolto in dieci antologie migliaia di testi letterari[1] che costituiscono un primo archivio della memoria della letteratura della migrazione in Italia. Si tratta di un centinaio fra poeti e prosatori che provengono da una quarantina di paesi diversi, uno specchio della presenza straniera in Italia. Eks&tra ha avuto anche un ruolo di raccordo tra iniziative, riflessioni, convegni, contatti tra studiosi dediti alla letteratura della migrazione.

Nonostante questo gli scrittori migranti stentano ancora a raggiungere il grande pubblico. Scarso l’interesse dimostrato dall’editoria in generale e dai critici nonché dal sistema letterario ufficiale, mentre questi fenomeni risultano più indagati all’estero. Non mancano però segnali che fanno ben sperare: la letteratura della migrazione è entrata nei curricula di studio di alcuni dipartimenti universitari, ci sono scuole e insegnanti che utilizzano questi testi per creare percorsi didattici.

Eppure la letteratura migrante rappresenta ormai una bella fetta della storia della letteratura mondiale. Si pensi a Conrad, polacco che scrive in un inglese perfetto, si pensi a scrittori odierni come Hanif Kureishi, Salman Rushdie, Tahar Ben Jelloun, Amitav Ghosh, Assia Djebar, Milan Kundera, Amin Maalouf, Ngugi wa Thiong’o, Chinua Achebe, ai premi Nobel Wole Soyinka, V.S. Naipaul, Josif Brodskij, per citarne solo alcuni.

Ma chi sono questi nuovi autori italiani? Sono persone molto diverse tra loro, approdate in Italia per i motivi più disparati, si va da Gezim Haidari, uno dei più grandi poeti albanesi, che ha ricevuto la cittadinanza italiana per meriti letterari, avendo vinto il premio Montale, al siriano Yousef Wakkas [2] , “narratore immaginifico e sorprendente”, dal giovane congolese Jadelin Mabiala Gangbo, arrivato in Italia a soli 4 anni, a Julio Cesar Monteiro che vive tra Brasile e Italia e ha pubblicato sia in portoghese che in italiano, dalla slovacca Jarmila Ockayova ad Alice Oxman arrivata dagli Stati Uniti in Italia per matrimonio. E si potrebbe continuare. Alcuni hanno iniziato a scrivere e pubblicare nel loro paese d’origine, altri hanno scoperta la vocazione letteraria in seguito all’esperienza migratoria.

Letteratura migrante è un’etichetta generica all’interno della quale vengono inclusi scrittori diversissimi che hanno in comune non solo il fatto di aver scelto la lingua italiana (lingua a loro straniera [3]) come mezzo di espressione letteraria, ma anche la capacità e la possibilità del doppio sguardo. Come sostiene Jarmila Ockayova gli scrittori stranieri possono contribuire a far sì che la complessità di questo laboratorio multietnico in cui si sta trasformando l’Europa e l’Italia non venga vissuta come frammentazione e quindi pericolo, ma come ricchezza, come una formidabile occasione di crescita culturale e umana. E anche come un potente anticorpo contro la malattia dell’omologazione. “Credo che anche questo sia un’occasione: mescolare due culture, due immaginari, rivisitare la cultura di provenienza attraverso la cultura acquisita e viceversa, decodificare la nuova cultura con il codice di lettura acquisito nel paese d’origine. Mettere i due paesi uno di fronte all’altro, come due specchi che si riflettono l’un l’altro in una bella lezione di reciprocità.” [4] In una realtà, come quella in cui viviamo, che si trasforma rapidamente e profondamente, la letteratura della migrazione si offre come specchio dei mutamenti sociali e culturali e come chiave di lettura di questa nuova complessità. Questi autori danno uno sguardo particolare alla società italiana e ai suoi travagli per l’integrazione, ci fanno capire meglio chi siamo, com’è la nostra società, ci costringono a una riflessione sull’identità italiana, su come si rappresenta e si rapporta con l’altro.

Come scrive Ermanno Paccagnini “E’ quindi forse possibile adesso riossigenare, rinvigorire la nostra odierna stanca e spesso sclerotizzata espressività letteraria non solo o non tanto a livello tematico, quanto piuttosto di immaginario narrativo, e anche di soluzioni stilistiche, tramite questi contributi che possono concorrere a scomporre e fors’anche a sgonfiare diversi stereotipi (…). La multiculturalità può infatti condurre in tali casi, attraverso un percorso di ibridazione, a un profitto espressivo: che mira non solo a una nuova espressione linguistica in quanto meticciato lessicale, ma piuttosto alla produzione di una lingua italiana che si piega, più che al lessico, soprattutto alle strutture sintattiche, e in particolare alla sintassi mentale delle nuove provenienze culturali.”[5]

Kumacreola Scritture migranti

La collana della Cosmo Iannone editore , inaugurata dalla raccolta di racconti di Yousef Wakkas e di cui abbiamo scritto nel n. 38 di “Strumenti”, si è arricchita di due nuovi volumi: Qui e là di Christiana de Caldas Brito e Il burattinaio di Lily-Amber Laila Wadia. Christiana de Caldas Brito è brasiliana e vive da molti anni in Italia. La sua prima raccolta di racconti Armanda Azzurra Olinda e le altre (ripubblicata nel 2004 da Oèdipus di Roma) ha riscosso un certo successo e ha vinto il Premio di Scrittura femminile “Il Paese delle donne”.

Alle storie dei protagonisti fanno da sfondo il Brasile, sua terra di origine, e l’Italia, sua terra d’emigrazione. I racconti nascono spesso dal desiderio di stabilire una connessione tra il proprio passato e il proprio presente, riflettendo sulla complessità del vivere in due mondi diversi. Da qui il titolo dell’antologia “Qui e là” dove il “qui “ è l’Italia, la realtà e il “là” il Brasile, la fantasia. Sono racconti caratterizzati soprattutto da inquietudine e da una consapevolezza politica: scrivere – a suo parere – serve a riconoscersi, a riflettere sui problemi del vivere, serve a cambiare lo scrittore e il lettore, non a contemplarsi l’ombelico. Il suo intento non è quello di fare letteratura di intrattenimento ma di denunciare un disagio, delle ingiustizie. Anche i temi della comunicazione, della solitudine, dell’identità e della saudade hanno un ruolo importante nelle sue opere. Temi forti narrati con toni lievi, ammantati di ironia. Interessante anche l’aspetto linguistico del suo lavoro e il suo interesse per gli aspetti sonori delle parole.[6]

Lily-Amber Laila Wadia, nata a Bombay, è arrivata a Venezia vent’anni fa con una borsa di studio di tre mesi per imparare l’italiano e, da circa dieci anni, vive con il marito a Trieste dove ha frequentato la scuola per interpreti e traduttori. Il suo racconto d’esordio, Curry di pollo che ha vinto a Mantova il premio Eks&Tra edizioni 2004, ben riflette le problematiche e lo “scontro” generazionale delle famiglie immigrate dall’India, ma anche le confusioni e le ironie delle integrazioni del nostro mondo meticcio.

I 15 racconti della raccolta Il burattinaio e altre storie extraitaliane sono brevi, costruiti con leggerezza, divertimento ed abili incastri e con una chiusa a lieto-fine o un po’ a sorpresa. Riflettono la complessità del vivere la doppia appartenenza, ma rivelano anche il piacere di una scrittura e un linguaggio innovativi. Il doppio sguardo dell’autrice smaschera gli stereotipi indiani sull’Italia e i nostri luoghi comuni sull’India. Quasi tutti i personaggi di questi racconti sono “senza-confini” nel senso che provengono, ritornano e vanno in diverse parti del mondo rifuggendo la staticità dei ruoli e delle appartenenze.

Biblioteca interculturale

Per chi fosse interessato al mondo degli scrittori migranti può risultare utile la lettura dell’ultimo testo di Armando Gnisci. Con Biblioteca interculturale. Via della colonizzazione n.2 (Odradek, Roma 2004), Gnisci mette a disposizione dei lettori le sue conoscenze, indica letture, supporti audiovisuali e pratiche che possono guidarli ad “entrare in mezzo agli altri e alle situazioni” per decolonizzarsi e riconoscere nella cultura occidentale la mancanza di una competenza della relazione umanistica di specie. Egli non si limita ad una mera elencazione di testi e strumenti, ma contestualizza, dialoga, collega, confronta, seguendo un metodo connettivo della complessità, senza esimersi dall’esprimere il suo personale giudizio, anche se con tono pacato e una sottile vena di autoironia.

Come i suoi precedenti saggi e, in particolare, “Creoli meticci clandestini e ribelli” e “Creolizzare l’Europa: letteratura e migrazione”, (entrambi editi da Meltemi), anche quest’ultimo (in ordine di tempo) è centrato sulle migrazioni come campo d’indagine in cui collocare la scienza della formazione o l’educazione interculturale, transitando per l’antropologia culturale, la politica, la sociologia, i diritti umani, la storia/geografia – dal colonialismo alle indipendenze, alla globalizzazione, al neocolonialismo – da cui la migrazione si è diramata per approdare tra noi euroccidentali. Gnisci, che cura la collana Kumacreola della Cosmo Iannone, si occupa, con sistematicità dai primi anni ’90, dell’accoglienza di questi “ospiti” che sono venuti in Italia e adottano la nostra lingua.

Gli scrittori migranti, dotati di una identità fluida e in divenire che portano in sé – sia pure in forma ibrida e meticcia – la cultura/e delle origini, si trasformano in naturali agenti di creolizzazione, una notevole risorsa questa che andrebbe sempre meglio apprezzata e valorizzata.

Ma l’ambiguità e la confusione con cui ancora oggi vengono utilizzati (anche dai cosiddetti “esperti”) i termini multiculturale e interculturale, secondo l’autore, denotano scarsa competenza – scienza e sapienza – interculturale.

Occorrerebbe affrontare, dall’interno della pedagogia, una ricerca/azione complessa e multidisciplinare per attuare una prassi generale dell’ospitalità e della giustizia, dell’integrazione dei diversi mondi.

Bliblioteca interculturale procede come un reportorio bibliografico-multimediale, una mappa-mondo di libri, film, musica, siti web…, che si va costruendo, pagina dopo pagina – al di fuori dell’accademia – nella forma piana della colloquialità tra autore e lettore/trice e che, nonostante le digressioni e gli ampliamenti, non smarrisce il filo del discorso rimanendo ‘compatto’, né disorganico né ridondante.

Armando Gnisci sottolinea, con tono caustico, come sia tipica delle classi europee che detengono l’egemonia – della culturale e del potere – una delle contraddizioni dell’etnocentrismo moderno, ossia la pretesa di “…essere portatrici di un “etnocentrismo critico”, stagionato sano e tranquillo; e cioè della vera saggezza democratica ‘multilaterale’, antica, sofferta, longeva, storica (perchè solo noi sappiamo la storia) e filosofica (perchè solo noi…).” [p.35]

In che modo possiamo noi stabilire relazioni positive con quelli che ci ostiniamo a chiamare “altri”?

L’autore non dà (né vuol dare) risposte certe e, a parte le sue preziose e interessanti segnalazioni e il suo ampio percorso di conoscenza, non ha che da ribadire con forza la necessità di uscire dalla così detta critica dell’eurocentrismo fatta dagli stessi europei; tale critica, sostiene giustamente Gnisci, rischia di essere un “argomento erudito e falso…” , finché essa non diventa graffiante autocritica delle modalità della “relazione” che l’Europa ha imposto – nel corso del tempo – al resto del mondo.

“[…] se non ci disalieniamo e decolonizziamo non possiamo costruire le vie per un ‘incontro salutare’ con gli altri popoli della specie.” [p.57] [7]


[1]              Molti testi sono consultabili nel sito di Eks&tra, www eksetra.net

[2]              v. “Strumenti” n. 38,pp. 40-42

[3]              i migranti provenienti da ex colonie che si stabiliscono in Gran Bretagna, Francia, Portogallo parlano già la lingua del paese ospitante, perché l’hanno imparata nel paese d’origine, retaggio appunto della colonizzazione

[4]              Jarmila Ockayova, L’impegno di vivere in “Davide Bregola, Da qui verso casa, Edizioni interculturali, Roma2002,” p. 61

[5]              Serge Vanvolsem, Dieci anni di Eks&tra. Nuove vie per la lingua e la letteratura italiana, in www.eksetra.net/stampa/stampa.php?id=14

[6]              v. il sito della scrittrice: www.miscia.com/christiana

[7]              Siti di riviste letterarie on line:

                www.disp.let.uniroma1.it/kuma/narrativa rivista di letteratura della migrazione all’interno del sito  dell’Università La Sapienza di Roma

                www.eksetra.net  sito del Premio letterario Eks&tra, si possono scaricare testi sulla letteratura della migrazione e anche alcuni racconti

                www.el-ghibli.provincia.bologna.it rivista di letteratura della migrazione, diretta da Pap Khouma

                www.sagarana.net rivista curata da Julio Monteiro Martins, scrittore migrante, molto ricca di articoli e saggi   su scrittori (e non solo) di tutto il mondo

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